giovedì 14 gennaio 2016

Camminando - Testimonianze: SerMiG

Un giorno un mio amico prete mi disse: "Sai, c'è uno che è partito con l'idea di eliminare la fame nel mondo". La faccia più spontanea che mi è riuscito di fare stava tra l'ironico e il cinico. Alla fine mi trattenni per non ridergli in faccia. "E' ancora vivo, si chiama Ernesto Olivero. Sta ancora combattendo per il suo sogno; dacci un'occhiata". Così decisi di accettare la sfida e capire chi era questo pazzo, che aveva idee così strane e molto simili alle mie. E così scoprii che lui fondò il SerMiG (www.sermig.org) a Torino (città che, per altri motivi, mi sta a cuore): un arsenale di guerra trasformato in Arsenale della Pace. Questo posto parla di un sentiero che non ho ancora percorso, una meta che non ho ancora raggiunto. Da diversi anni, ormai, sto aspettando di poterci arrivare, ma sono sicura che quel momento arriverà.

Per adesso, voglio presentarvi questo grande uomo:

La storia del Sermig è iniziata da una sua intuizione. Che cosa la spinse a intraprendere questa avventura e che cosa aveva in mente di fare?
ERNESTO OLIVERO: Quando si inizia un’avventura non si sa mai dove si va a finire. L’idea che avevo era quella di combattere, non di sconfiggere, ma di combattere la fame nel mondo. Ma il punto di partenza fu una commozione, la compassione per un povero che non aveva un tetto sotto il quale passare la notte. L’inizio di ogni bella e grande avventura, come è quella del Sermig, penso sia sempre segnato da una commozione alla quale si dice “sì”. Io dopo quel primo “sì” ne ho detti altri, e dopo quarant’anni mi sono accorto di averne pronunciati, grazie a Dio, forse un miliardo.

Gli inizi non furono facili, anche se un grande aiuto ve lo diede l’arcivescovo di Torino, il cardinale Michele Pellegrino.
OLIVERO: Sì, fu lui che nel 1969, pochi anni dopo la fondazione del Sermig, ci offrì come sede la chiesa di via dell’Arcivescovado, in un momento in cui non sapevamo “dove posare il capo”, perché nella diocesi di Torino non eravamo ben visti. Il cardinale era un uomo di Dio, un umile uomo di Chiesa, che parlava di giustizia. Ci ha riconosciuto quando noi “non ci conoscevamo” ancora. Fu il nostro primo amico. Attraverso di lui abbiamo conosciuto dom Hélder Cámara, con il quale organizzammo, nel 1972, un incontro pubblico insieme a 10mila ragazzi nel Palazzetto dello sport di Torino. Anche dom Hélder divenne nostro amico.

La vostra storia è segnata da molte amicizie e molti incontri importanti, non solo con uomini di Chiesa, ma anche con grandi personalità laiche...
OLIVERO: L’incontro più importante per la mia vita è stato quello con Gesù. È a lui che si dice sì all’inizio e durante tutta l’avventura. L’incontro con lui ti fa entrare in una grandissima libertà, perché lui è l’unico che ha parole di vita eterna, è l’unico che dice che le forze del male non prevarranno, l’unico che ha ascoltato chiunque… Mi sono capitati, senza che li perseguissi, incontri con persone totalmente diverse da me. Le ho ascoltate, ho imparato tante cose, e sono stato spessissimo corretto. E se è accaduto che sia stato io a correggere qualcuna di queste persone, spero di averlo fatto con uno spirito di grande apertura, cioè con uno spirito cristiano. Una delle grandi fortune dell’essere cristiani sta anche in questa libertà di dialogo e di rapporto con tutti.


La personalità laica più significativa in cui vi siete imbattuti è stata senz’altro Norberto Bobbio, che della comunità del Sermig disse: «Quando sono con voi, anch’io, nonostante i miei dubbi, mi abbandono alla speranza». Un ricordo che ha di lui?
OLIVERO: Uno solo? Ne ho tantissimi... Il giorno in cui lui è venuto a mancare io ero in volo da Roma a Trieste. Leggevo la Bibbia, come faccio tutti i giorni. Ero sul passo di Luca che dice: «E ora lascia che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola». Annotai questa frase pensando a Norberto, senza sapere che era in gravissime condizioni. Arrivato a Trieste alle 18 e 20, ricevetti una telefonata e venni a sapere che poco prima era morto. Norberto e io abbiamo avuto un’amicizia molto bella e molto umana. Ci sono stati molti contrasti perché lui era una persona vera e ci dicevamo in faccia tutto ciò che pensavamo. Mi spiegava sempre che la lite o la discussione accesa non dovevano mai “oltrepassare la notte”. Un giorno litigammo e io andai via molto arrabbiato da casa sua. Quella stessa sera, giunto all’Arsenale, mi comunicarono che era appena arrivata, con un pony express, una sua lettera nella quale mi scriveva: «Scusa. Ne riparleremo domani con più calma. Il dialogo non interrompe l’amicizia». Era un uomo buono.

Anche Madre Teresa è stata una grande presenza nella storia del Sermig. Fu proprio lei a candidare Ernesto Olivero al Premio Nobel per la Pace…
OLIVERO: Quando la conobbi – ero molto giovane e me la presentò padre Pellegrino – incontrai una persona qualunque. La bellezza e la grandezza di Madre Teresa stavano nella sua semplicità. Il mio cuore in quel momento mi disse: se tutto questo lo fa lei, lo posso fare anch’io, perché in lei vedevo la normalità, la semplicità disarmata di una donna cristiana. Le stesse caratteristiche che connotavano il cardinale Van Thuân, altro grande amico del Sermig. Certe persone, molto importanti, che sono quasi inavvicinabili, non ti fanno venire voglia di muoverti, non ti commuovono. Madre Teresa, Van Thuân, con la loro “avvicinabilità”, con la loro semplicità e umiltà, sono stati veramente un dono e sono felice di averli potuti incontrare spesso. Madre Teresa è venuta a trovarci alcune volte a Torino, l’ho rivista a Roma e ho avuto la grande gioia di poterle parlare un’ultima volta poco prima che andasse a morire in India.

Lei è appena tornato dal Brasile, dove il Sermig gestisce dal 1996 l’Arsenale della Speranza. In Brasile c’è un altro vostro grande amico, l’arcivescovo Luciano Pedro Mendes de Almeida.
OLIVERO: Penso che l’amicizia con dom Luciano sia la più importante della nostra storia. È una grande benedizione. Lo conobbi nel gennaio 1988 quando venne a trovarci a Torino. Me lo ero immaginato come un grande prelato, in realtà mi venne incontro un prete umile vestito dimessamente. Desideravamo ci raccontasse del Brasile, invece ci parlò del Libano dov’era appena stato. Mi suggerì di andare là, mi fece conoscere il patriarca maronita che mi invitò nel suo Paese dove mi recai a incontrare i giovani libanesi. Grazie all’amicizia con dom Luciano, il “padre piccolo”, che è entrato così inaspettatamente nella nostra vita, abbiamo potuto fare opere di carità in Libano, in Somalia, in Ruanda, in Iraq. L’aver conosciuto un uomo così radicato in Dio e nella Chiesa, così disponibile, è stato veramente uno dei doni più belli che ci ha fatto il Signore. Ci ha cambiato la vita. Grazie a dom Luciano il Medio Oriente è diventato casa nostra. Se anche il Brasile oggi è casa nostra, se nel 1996 abbiamo potuto creare a San Paolo l’Arsenale della Speranza, che ogni giorno fornisce a migliaia di persone accoglienza notturna, cure mediche, pasti caldi e corsi di avviamento al lavoro, è stato grazie a lui.

Una delle caratteristiche del Sermig che più colpiscono è la capacità di attrattiva che questa comunità esercita su un gran numero di giovani.
OLIVERO: Il mio grande dolore è constatare che i giovani sono realmente i più poveri e i meno conosciuti. I mass media confezionati dagli adulti raccontano solo di ragazzine che sgomitano per diventare “veline”, di adolescenti disadattati che non sanno superare i loro fallimenti esistenziali o di frotte di teenager attratti solo da godimenti effimeri e alienanti. Le nuove generazioni cercano in realtà due cose semplici, eppure difficilissime da trovare: l’umiltà e la verità. Mi vengono in mente due appuntamenti che danno il senso di quello che dico. Il 5 ottobre di due anni fa a Torino noi realizzammo un “G8 alla rovescia” a cui parteciparono 100mila ragazzi. Lo chiamammo così perché otto giovani con una storia difficile alle spalle la raccontarono davanti ai loro coetanei e ai rappresentanti delle istituzioni. Furono 100mila i ragazzi che raggiunsero Torino, senza nessun battage mediatico, senza la presenza di rockstar, solo per mezzo di telefonate. E alla fine pulirono pure la piazza… Poi, l’incontro col Papa del 31 gennaio scorso: è stato organizzato in venti giorni. Sono state contattate 10mila persone in una settimana, e abbiamo dovuto dire decine di migliaia di no. Se avvengono cose del genere significa che l’immagine che i media ci propongono dell’universo giovanile è senz’altro parziale, se non del tutto falsa.
 Fonte: http://www.30giorni.it/articoli_id_2936_l1.htm

 Buon cammino!

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